Accertamento Strumentale: il Tribunale di Modena si allinea alla Cassazione

Riceviamo dal collega Avv. Pietro Caputo e volentieri pubblichiamo

Tribunale di Modena, sentenza 29 ottobre 2019 n. 1.663, est. dott.ssa Cortelloni.  L’ art. 139 C.d.A. così come riformulato dall’ art. 1 comma 17 L. 4 agosto 2017 n. 124, deve interpretarsi, sulla scorta delle decisioni della Cassazione, nel senso che l’ accertamento del danno biologico permanente di lieve entità deve avvenire mediante gli ordinari criteri medico leali (criterio visivo e/o clinico e/o strumentale) fra loro non gerarchicamente ordinati, ma selezionati in base alle circostanze del caso concreto.

Scarica la sentenza: Tribunale di Modena 166319

La Cassazione Abbatte il Totem dell’ Accertamento Strumentale

totem-pole-clipart-thunderbird-6Sono passati quasi sei anni dall’ entrata in vigore della L. 24 marzo 2012 n. 27. Sei, lunghi, anni durante i quali siamo stati costretti ad interpretare i due commi della discordia (3 ter e 3 quater) in tanti e tali modi da far sembrar dilettanti i commentatori del Talmud babilonese.

Due commi trovati prodigiosamente “sotto ad un cavolo” la mattina del 21 febbraio 2012 dagli onorevoli Germontani, Casoli, D’ Alia, Sangalli, Izzo (ricordiamo anche i partiti, siamo pur sempre in campagna elettorale e l’ oblio sarebbe ingratitudine: PDL, UDC, PD) e approvati con una levata di scudi dalla decima commissione per far “crescere l’ Italia” nel clima di eccezione che contraddistinse l’ attività del gabinetto Monti.

Due commi disinteressatamente commentati, nell’ immediato, dalle più prestigiose Tribune della medicina legale Nazionale, tribune insospettabili, per caratura scientifica, di qualsiasi partigianeria, pronte ad attestare, ad inchiostro del legislatore ancora fresco: “che qualora il danno alla persona di cui viene richiesto il risarcimento nasce [sic] da una lesione che non sia suscettibile di accertamento clinico strumentale obiettivo, in tal caso  non sarà possibile, indipendentemente dalla sintomatologia riferita, riconoscere un danno biologico permanente“.

Attestato rilasciato sulla base di una logica sfuggente, visto che la lettura testuale della norma, così come frettolosamente assemblata, non era certo univoca, anzi sembrava dare ragione ai pochi che, nell’ immediato, sostennero la tesi esattamente opposta. Purtroppo molti preferirono ripetere pappagallescamente il mantra: il danni non strumentalmente accertati non si pagano più!

Una interpretazione in seguito”benedetta” dalla Corte Costituzionale (ora è lecito dirlo) più reazionaria della storia della Repubblica, che riteneva suo obbligo stracciare le proprie stesse pronunce, rese nel 1986, quando una composizione di ben diversa levatura aveva lanciato un monito (che, letto con il senno del poi, aveva contenuti profetici) sulla illegittimità di qualsiasi limite legislativo al risarcimento del danno alla persona: “Quand’ anche si sostenesse che il riconoscimento, in un determinato ramo dell’ ordinamento, d’ un diritto subiettivo non esclude che siano posti limiti alla tutela risarcitoria (disponendo ad esempio che non la lesione di quel diritto, di per sé, sia risarcibile, ma la medesima purché conseguano danni di un certo genere) va energicamente sottolineato che ciò, in ogni caso, non può accadere per i diritti e gli interessi dalla Costituzione dichiarati fondamentali. Il legislatore, rifiutando la tutela risarcitoria (minima) a seguito della violazione del diritto costituzionalmente dichiarato fondamentale, non lo tutelerebbe affatto, almeno nei casi esclusi dalla predetta tutela. La solenne dichiarazione della Costituzione si ridurrebbe ad una lustra, nelle ipotesi escluse dalla tutela risarcitoria: il legislatore ordinario rimarrebbe arbitro dell’ effettività della predetta dichiarazione costituzionale.“.

Quando poi la tecnica interpretativa iniziò a riguadagnare terreno e, (si era già al settembre 2016), la Corte di Cassazione ebbe a pronunciarsi per la prima volta sul tema, smentendo clamorosamente le tesi dei soloni e premiando invece le posizioni dei “parafanghisti”, per così dire, si parva licet componere magnis, rovesciando i potenti dai troni ed innalzando gli umili, la già citata Tribuna super partes di Medicina legale si prese il disturbo di bacchettare gli Ermellini, o per lo meno i loro più entusiasti interpreti, spiegando che la sentenza in questione non affermava affatto il principio di diritto in essa chiaramente enunciato.

Persino il chiarimento legislativo della scorsa estate e le inequivoche prese di posizioni dei più autorevoli commentatori erano stati “digeriti” con una certa disinvoltura dagli “zeloti dello strumento”.

Per cui immaginiamo la sorpresa, lo sconcerto, che potranno provare tutti costoro di fronte all’ odierna, seconda, pronuncia in commento. Ci riferiamo alla sentenza Cassazione Civile, 19 gennaio 2018, n. 1272 che scrive la parola “fine” a sei anni di bagarre con l’ enunciazione dei seguenti principi che dobbiamo trascrivere integralmente:

“sull’ effettiva interpretazione da attribuire alle disposizioni ora richiamate [L. 27/12 n.d.r.] questa Corte ha già avuto occasione di pronunciarsi con la recente sentenza 26 settembre 2016, n. 18.773. In tale pronuncia (…) la Corte ha (…) precisato che la ratio delle medesime norme va tratta assumendo come punto di di riferimento la previsione degli artt. 138 e 139 d.Lgs. n. 209 del 2005 e, in particolare, la previsione del comma 2 dell’ art. 139 secondo cui “per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente dell’ integrità psico fisica della persona, suscettibile di accertamento medico legale”. Ragione per cui quella sentenza è pervenuta alla conclusione anche anche alla luce della norma sopravvenuta (che richiede un accertamento clinico strumentale obiettivo) i criteri di accertamento del danno biologico non sono gerarchicamente ordinati tra loro ma da utilizzarsi secondo le leges artis” in modo da condurre ad una “obiettività dell’ accertamento stesso, che riguardi sia le lesioni che i relativi postumi (se esistenti)”.  Alla citata pronuncia l’ odierna sentenza intende dare continuità, con le precisazioni che seguono.

Il rigore che il legislatore ha dimostrato di esigere (che, peraltro, deve caratterizzare ogni tipo di accertamento in tale materia) non può essere inteso, però, come alcuni hanno sostenuto, nel senso che la prova della lesione debba essere fondata esclusivamente con l’ accertamento clinico strumentale; come già ha avvertito la citata sentenza n. 18.773 del 2016, infatti, è sempre e soltanto l’ accertamento medico legale svolto in conformità alle leges artis a stabilire se la lesione sussista e quale percentuale sia ad essa ricollegabile. E l’ accertamento medico non può essere imbrigliato con un vincolo probatorio che, ove effettivamente fosse posto per legge, condurrebbe a dubbi non manifestamente infondati di legittimità costituzionale, posto che il diritto alla salute è un diritto fondamentale garantito dalla Costituzione e che la limitazione della prova della lesione del medesimo deve essere conforme a criteri di ragionevolezza.”

Quanto alle menomazioni minori (come, esemplificativamente, la distorsione cervicale), la Corte di Cassazione afferma che “il C.T.U. non può limitarsi, a fronte di simile patologia, a dichiararla accertata sulla base del dato puro e semplice (e in sostanza non verificabile) del dolore più o meno accentuato che il danneggiato riferisca”. In tali casi il C.T.U. “con ogni probabilità” ricorrerà all’ accertamento clinico strumentale, fermo restando il ruolo insostituibile della visita medico legale e dell’ esperienza clinica della specialista.“.

In conclusione (principio di diritto): l’ art. 139 comma 2, del codice delle assicurazioni “va interpretato nel senso che l’ accertamento della sussistenza della lesione temporanea o permanente dell’ integrità psico fisica deve avvenire con rigorosi ed oggettivi criteri medico legali; tuttavia l’ accertamento clinico strumentale obiettivo non potrà in ogni caso ritenersi l’ unico mezzo probatorio che consenta di riconoscere tale lesione a fini risarcitori, a meno che non si tratti di una patologia, difficilmente verificabile sulla base della sola visita medico legale, che sia suscettibile di riscontro oggettivo soltanto attraverso l’esame clinico strumentale.”.

Si chiude quindi definitivamente, e nel senso più auspicabile, una vicenda in cui molto poco hanno contato le ragioni del diritto, e molto le ragioni economiche, che si possono sintetizzare con una tabella, che qui si riporta: sono 8 miliardi e 511 milioni gli utili realizzati, in questi anni, dal comparto RC auto italiano (dati ANIA) utili provenienti, in gran parte, dalla mancata liquidazione di danni “non accertati strumentalmente”.

Figura 1 Dati: ANIA , Eurostat. % crescita PIL Italia a fronte di crescita % utili in RC Auto. I dati degli utili sono in percentuale rispetto alla raccolta premi.

 

E’ quindi con una punta di malinconia che chiudiamo questo commento: per quanto ci riguarda, la soddisfazione del tardivo riconoscimento non compensa certo l’ afflizione per le tante prevaricazioni cui in questi anni i nostri assistiti hanno dovuto sottostare.

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Avv. Marco Bordoni del Foro di Bologna

 

Decreto Concorrenza: più Chiarezza sulla Risarcibilità delle Lesioni “lievi”.

L’ entrata in vigore, il 29 agosto scorso, della L. 4 agosto 2017, n. 124 (cosiddetto Decreto Concorrenza) ha apportato notevoli innovazioni nella materia disciplinata dal Codice delle Assicurazioni. Una delle più rilevanti è quella introdotta dal comma 19 dell’ unico articolo, che ha riscritto il testo dell’ art. 139. Il legislatore è intervenuto sul tribolato tema della risarcibilità delle invalidità permanenti non strumentalmente accertate, che abbiamo già avuto modo di trattare più volte, sanando alcune carenze interpretative del precedente intervento del 2012.

Intendiamo in questa sede proporre una interpretazione del nuovo testo, comparando la formulazione precedente, articolata su due commi (3 ter e 3 quater dell’ art. 32 L. 27/12) a quella attuale, unificata nella riscrittura dell’ art. 139, comma secondo C.d.A.

Normativa abrogata

3 ter Al comma 2 dell’articolo 139 del codice delle assicurazioni private di cui al decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, e’ aggiunto, in fine, il seguente periodo: “In ogni caso, le lesioni di lieve entità’, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, non potranno dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente“;

3 quaterIl danno alla persona per lesioni di lieve entità di cui all’articolo 139 del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, e’ risarcito solo a seguito di riscontro Medico Legale da cui risulti visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione”.

Novella

art. 139 (omissis) In ogni caso, le lesioni di lieve entità, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, ovvero visivo, con riferimento alle lesioni, quali le cicatrici, oggettivamente riscontrabili senza l’ausilio di strumentazioni, non possono dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente. 

La definizione di “visivo”

Il primo dato che salta all’ occhio è l’ aggiunta della possibilità di pervenire ad un accertamento anche (solamente ?) “visivo” del danno in alternativa a quello “clinico strumentale obiettivo” di cui alla formulazione previgente. Assume quindi importanza cruciale circoscrivere il contenuto della espressione “visivo” che è chiaramente ripresa dalla precedente formulazione del comma 3 quater. Soccorre, in questo, la giurisprudenza consolidata in questi anni.

Secondo la Corte Costituzionale (ordinanza 242/15) con “visivo” si intende “accertato sulla base di dati conseguenti al rilievo medico-legale rispondente ad una corretta metodologia sanitaria”.

Secondo il Tribunale di Bologna (nell’ orientamento adesivo alle pronunce dell’ Alta Corte, di cui a sentenze 15 novembre 2016 n. 27657 febbraio 2017 n. 283) il danno è “visivamente accertato sulla base di dati conseguenti al rilevo medico legale rispondente ad una corretta metodologia sanitaria”.

Secondo la Legge Novellata l’ accertamento visivo ha ad oggetto le “lesioni, quali le cicatrici, oggettivamente riscontrabili senza l’ausilio di strumentazioni”.

In conclusione: visivo significa “clinicamente evidente” “accertato sulla base dei rilievi medico legali” “senza l’ ausilio di strumentazioni”: e questo sulla base degli stessi orientamenti interpretativi “restrittivi” sulla legge previgente, che ora quindi vengono a convergere con le interpretazioni “unitarie” non indegnamente rappresentate da numerose pronunce di merito (v. Tribunale di Padova e Tribunale di Rimini) ma specialmente dalla nota sentenza della Suprema Corte (v. sentenza 26 settembre 2016, n. 18773):

“esplicando entrambe le norme [3 ter e 3 quater] (senza differenze sostanziali tra loro) i criteri scientifici di accertamento e valutazione del danno biologico tipici della medicina-legale (ossia il visivo-clinico-strumentale, non gerarchicamente ordinati tra loro, né unitariamente intesi, ma da utilizzarsi secondo le leges artis), siccome conducenti ad una “obiettività” dell’accertamento stesso, che riguardi sia le lesioni, che i relativi postumi (se esistenti).”

“Come le cicatrici”

Si potrebbe obiettare, è vero, che il riferimento alle cicatrici (…“lesioni, quali le cicatrici”…) sia inteso a circoscrivere l’ accertamento clinico valido a ciò che è rilevabile con il solo senso della vista. Ovvero delle quattro manovre di cui consta l’ accertamento clinico (ispezione, palpazione, percussione e auscultazione) sarebbe passabile di risarcimento solo il danno permanente riscontrato con la prima, essendo quindi preclusi i danni rilevati ad esempio con la palpazione (come le contratture e, in parte, le limitazioni funzionali, obbiettività tipiche delle menomazioni cervico dorsali). Tuttavia, a parte la completa illogicità e irrazionalità di una tale interpretazione (cosa avrebbe la vista, in più, rispetto agli altri sensi?), bisogna dire che la lettera della norma soccorre, perché vi si enuncia espressamente che quello della cicatrice è solo un esempio, una specie di un genere più ampio, comprendente tutti i danni “oggettivamente riscontrabili senza l’ausilio di strumentazioni”.

Dobbiamo concluderne che la riforma sana il dissidio interpretativo originato dalle contraddizioni fra i due famosi commi, a favore della lettura da noi sempre sostenuta: la ratio legis della norma non consiste nel creare la categoria del danno (accertato ma) irrisarcibile, bensì nell’ escludere il risarcimento di ciò che danno non è, ovvero i pregiudizi soggettivi meramente riferiti, senza alcuna conferma obiettiva. Non vi è conclusivamente alcuna preclusione per risarcimento dei danni permanenti “clinicamente e visivamente ma non strumentalmente accertati”.

Verifica: insostenibilità della lettura “differenziata”

Prova indiretta a sostegno dell’ interpretazione proposta si può trarre anche dalla sopravvenuta insostenibilità della interpretazione “differenziata” della norma  su cui si basavano le pronunce della Corte Costituzionale nel nuovo contesto normativo. Secondo tale lettura (lo ricordiamo) il comma 3 ter, riferendosi al “danno biologico permanente” avrebbe precluso la liquidazione di tale danno senza l’ accertamento clinico strumentale obiettivo. Al contrario il comma successivo (3 quater), di manica per così dire “più larga”, relativo però alla sola invalidità temporanea, avrebbe in ogni caso permesso la liquidazione del danno anche solamente “visivo”.

Si presupponeva, insomma, l’ esistenza di due metodi accertativi diversi: uno per l’ invalidità permanente (“accertamento clinico strumentale obiettivo”) ed uno per la temporanea (“visivo o strumentale”). Tale divergenza non vi è più. E quindi volendo continuare a legare l’ accertamento “clinico strumentale obiettivo ovvero visivo” alla invalidità permanente, non si capisce su che base si dovrebbe accertare quella temporanea… forse su mere allegazioni riferite? Ma non si contravverrebbe così (in questo modo per davvero !) alle esigenze di cogente verifica della reale sussistenza del danno?

Dobbiamo concluderne che la riforma sana il dissidio interpretativo originato dalle contraddizioni fra i due famosi commi, a favore della lettura da noi sempre sostenuta: la ratio legis della norma non consiste nel creare la categoria del danno (accertato ma) irrisarcibile, bensì nell’ escludere il risarcimento di ciò che danno non è, ovvero i pregiudizi soggettivi meramente riferiti, senza alcuna conferma obiettiva. Non vi è quindi alcuna preclusione per risarcimento dei danni permanenti “clinicamente ma non strumentalmente accertati”.

Accertamento della “lesione” e della “menomazione”

Se si giunge a questa conclusione, a nostro avviso necessaria, passa in secondo piano il problema della natura dell’ accertamento strumentale, ovvero se esso debba avere ad oggetto la lesione o la menomazione. L’ inserimento nel comma 3 del novellato art. 139 del riferimento alla “menomazione” (parametro della liquidazione della personalizzazione) potrebbe far pensare che il legislatore abbia deciso di usare tale espressione con proprio significato medico legale. Questo ci condurrebbe a ritenere che l’ espressione “lesioni di lieve entità”… (che, nella lettura restrittiva del comma 2 dello stesso articolo, non avrebbero dato luogo a risarcimento del danno biologico permanente) siano da intendersi appunto come lesioni (secondo il senso tecnico medico legale dell’ espressione) e non come menomazioni.

Con la conseguenza che l’ eventuale accertamento strumentale (anche ove fosse considerato necessario) dovrebbe avere ad oggetto la lesione, e non la menomazione. Avendo io sostenuto tale tesi già in vigenza della (meno univoca) formulazione pregressa, non mi sognerò certo di confutarla ora. Tuttavia ribadisco che la novella consente una interpretazione più razionale della norma, tale da rendere del tutto inutile la produzione strumentale (ovviamente nei casi in cui non sia effettivamente necessaria ai fini della dimostrazione del danno).

Personalizzazione: sulla invalidità permanente o sull’ intero danno?

Sempre con riferimento all’ espressione “menomazione” di cui al comma 3, ovvero nel passo ove si accenna alla personalizzazione (ex morale) va infine osservato che essa non preclude affatto la maggiorazione (limitata dalla novella ad un quinto) sul danno temporaneo, al contrario. Gli esiti menomativi del trauma si producono quasi immediatamente, ed anzi proprio nei primi giorni sono di maggiore entità (ed è proprio all’ entità degli esiti menomativi che si fece riferimento qualche anno orsono, quando il dibattito medico legale pervenne alla sostanziale abolizione della “temporanea assoluta” nella valutazione delle lesioni di lieve entità). In seguito (al termine del recupero della lesione) le conseguenze menomative permangono, se pure attenuate. Quindi il riferimento alla “menomazione” lungi dall’ escludere la risarcibilità del danno morale sul danno biologico temporaneo, la rende (ove dimostrata, anche presuntivamente) quasi obbligatoria.

Sebbene, in conclusione, l’ intervento del legislatore presenti altrove criticità, che sarà opportuno esaminare in diversa sede, almeno su questo punto pare aver apportato elementi di chiarezza, mitigando l’ eccessivo rigore probatorio che alcuni interpreti avevano riscontrato nella precedente formulazione.

 Avv. Marco Bordoni del Foro di Bologna